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Il giorno 11 Giugno 2005 il Patriarca latino di Gerusalemme, Sua Beatitudine Michel Sabbah, ha festeggiato i suoi cinquanta anni di sacerdozio, celebrando una solenne Eucaristia nella chiesa concattedrale presso il Patriarcato Latino. Insieme al Patriarca anche il suo Vicario, Mons. Kamal Baktish, ha festeggiato il suo giubileo sacerdotale. Prima dell’omelia Mons. Gianfranco Gallone, segretario del Delegato Apostolico, ha dato lettura del messaggio di felicitazione del Santo Padre. 2. Ringraziamo i capi delle Chiese in questa Città santa, cattolici, ortodossi, ortodossi orientali ed evangelici per la loro presenza oggi qui con noi, ed anche per il cammino fraterno che ci hanno permesso di vivere insieme e che è stato per noi di sostegno e di incoraggiamento nel difficile cammino del servizio in questa Terra Santa. Rendiamo grazie al Signore per ogni dialogo interreligioso che è stato possibile e che ci ha riuniti in momenti di grazia, capi religiosi cristiani, musulmani ed ebrei. Ringraziamo tutti i nostri parrocchiani e tutti coloro che serviamo per aver accolto il nostro servizio. Ringraziamo coloro che si sono opposti al nostro ministero. La loro opposizione ci ha aiutato a fare un esame di coscienza per meglio discernere la volontà di Dio per noi e per loro. 3. Cinquant'anni di sacerdozio sono l'occasione per dire grazie alle nostre parrocchie per la fede che le ha sorrette nel guidare i loro figli al sacerdozio. In effetti rendiamo grazie a Dio per le vocazioni sacerdotali tuttora numerose in molte parrocchie. Chiediamo ad esse di perseverare nella fede e nella generosità, perché la Chiesa e la società ne hanno bisogno. È pure l'occasione per dire alle parrocchie che non hanno ancora dato dei frutti nel sacerdozio o nella vita consacrata, e perché siano consapevoli delle loro obbligazioni verso la Chiesa e verso la società, che hanno bisogno di persone che si consacrino al servizio dei loro fratelli e sorelle. 4. Nella nostra preghiera in occasione del Giubileo, pensiamo ai diversi campi del nostro ministero: innanzi tutto al rinnovamento e alla crescita della nostra diocesi nella fede. Nel 1993 abbiamo dato inizio al Sinodo insieme con le Chiese cattoliche di Terra Santa. Abbiamo bisogno di continuare questo cammino. Il piano pastorale che ne è stato il frutto ci fa da guida nella prossima tappa della nostra vita diocesana. Siamo certamente inviati ai nostri fedeli ma anche a tutta la nostra società. Nessuno è per noi estraneo. Ebrei, musulmani, drusi e ogni cristiano, tutti sono oggetto del nostro amore e della nostra sollecitudine, come essi sono oggetto dell'amore di Dio. 5. Abbiamo bisogno di approfondire sempre più le due dimensioni della nostra Chiesa di Gerusalemme: quella locale e quella universale. La dimensione locale è costituita dalla nostra vita diocesana, dalle nostre preghiere, dalla nostra adorazione e capacità di accogliere tutte le Chiese nei nostri luoghi santi che sono i luoghi del loro pellegrinaggio. È per questo che la Chiesa di Gerusalemme ha pure una dimensione mondiale: è per ogni cristiano il luogo delle sue radici, la Chiesa Madre ove tutto ha avuto inizio. Da qui la sollecitudine di tutte le Chiese verso la nostra Chiesa e la nostra terra. Noi credenti che circondiamo i luoghi santi della nostra fede dobbiamo meglio prendere coscienza della dimensione universale della nostra Chiesa. Parimenti tutti coloro che hanno scelto di accompagnare la nostra fede qui, sulla terra delle loro radici, religiosi, religiose, cercatori di Dio a Gerusalemme, devono sempre meglio prendere consapevolezza della dimensione locale della nostra Chiesa, in modo che nessuno si senta straniero nella medesima casa di Dio e che tutti diventiamo membri della "famiglia di Dio" (Ef 2,19). 6. Infine una vita cristiana in Terra Santa e un ministero del vescovo, del presbitero, di ogni vita religiosa che deve portare nella sua preghiera e farsi carico del dramma di questa terra. Lungo i secoli, per la sua santità, Gerusalemme è stata posto di passaggio di conquistatori, un luogo in cui si sono succeduti diversi poteri politici. Si protrae da oltre un secolo l'attuale conflitto tra israeliani e palestinesi. E viviamo in una terra ancora piena di paure, di oppressione, di odio e di morte. Il nostro compito non è certo quello di mantenere la paura o di tacere di fronte all'oppressione, l'odio e la morte. Né consiste nel chiudere gli occhi dinanzi alle complessità umane che consentono la proliferazione della morte e dell'odio. Al contrario siamo inviati per sostenere la vita e l'amore. Ed è per questo che leviamo la voce per difendere l'oppresso e per invitare l'oppressore a liberarsi della sua oppressione. E in ogni caso invitiamo a vedere l'immagine di Dio in ogni persona umana, nell'una e nell'altra parte del conflitto. La riconciliazione è compito primario della Chiesa, così come l'appello a porre fine a ogni oppressione e ingiustizia. "Dio ha affidato a noi il ministero della riconciliazione" (2 Cor 5,18) ci dice San Paolo. Porre fine all'umiliazione della persona umana a opera della persona umana, mettere fine alla insicurezza e alla paura... Cinquant'anni di sacerdozio ci dicono anche questo. Pregare, levare la voce, agire con tutta la buona volontà, per la sicurezza degli israeliani, per la fine dell'occupazione dei palestinesi, per la vera libertà di tutti, perché cadano tutti i muri, per la liberazione dei prigionieri, per la fine del dramma dei rifugiati, perché Gerusalemme possa ritrovare il suo status di città santa, per la sincerità delle discussioni in corso, e perché i due popoli in questa terra e i credenti delle tre religioni possano godere della dignità umana. Per tutto questo preghiamo nel giorno del nostro Giubileo sacerdotale. |
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